Il Coronavirus e noi abbracciati al tricolore - Nicolo Mardegan

Il Coronavirus e noi abbracciati al tricolore

Il Coronavirus e noi abbracciati al tricolore

L’Italia del tricolore, quella che canta dai balconi il suo inno e si prodiga in gesti di solidarietà in un momento di estremo bisogno: questa è l’Italia che amiamo e che dovremmo sempre ricordarci di essere. Un’ Italia unita, che dimostri di essere una grande Nazione da prendere a modello in situazioni di emergenza ma, ce lo dovremo ricordare, non solo. Insieme riusciremo!
Nicolò Mardegan

Sarebbe confortante non dover aspettare la catastrofe per ritrovarci uniti sotto la stessa bandiera. Ma bisogna accontentarsi.
Nei momenti drammatici (più ancora che nei momenti del trionfo sportivo), eccoci qua tutti a sventolare il tricolore dai balconi e dalle finestre, a cantare l’Inno di Mameli, probabilmente perché, come dice il proverbio (italiano), l’unione fa la forza, e Dio solo sa di quanta forza e pazienza ed equilibrio e fiducia abbiamo bisogno in questi giorni. Non essendo più d’attualità l’uomo forte, di cui sentivamo la nostalgia fino a ieri, eccoci uniti in quel noi collettivo che ignoriamo nella normalità.

Lo sa bene il presidente della Repubblica, che, celebrando il 159° dell’Unità d’Italia, ha richiamato il Paese all’urgenza del sentirsi insieme parlando di una necessità stringente e invitando a una unità sostanziale. Celebrazione spogliata di cerimonie, ma scolpita in quei due aggettivi così severi, «stringente» e «sostanziale», che cancellano ogni intonazione ordinaria e ogni sia pur lontana venatura retorica dal suo appello.

Fatto sta che nelle occasioni tragiche in cui sentiamo di colpo il bisogno di stringerci a coorte, affiora un sospetto ben fotografato in uno dei pensieri più efficaci sul cosiddetto carattere degli italiani, firmato da Piero Gobetti: «Senza conservatori e senza rivoluzionari, l’Italia è diventata la patria naturale del costume demagogico». Bisognerebbe proprio, impugnando le bandiere e cantando «Fratelli d’Italia» ma anche «Azzurro, il pomeriggio è troppo azzurro» nei giorni in cui il cielo italiano è davvero quasi beffardamente azzurro, liberarsi della demagogia che ci fa lacrimare di commozione nel ritrovarci solidali e vicini quando scatta l’emergenza nazionale: il terremoto, il crollo della diga, il coronavirus.
Come se ogni volta, nei casi eccezionali, dovessimo ricordare al mondo quanto è vero quel detto leggermente umiliante che definisce gli italiani «brava gente». Siamo brava gente? Bene, ma siamo soprattutto gente seria. Qualcuno se n’è accorto in queste settimane, e ci ha presi a modello. Giusto esserne orgogliosi e se le bandiere servono a risvegliare quel minimo di fierezza (non tracotanza) che serve alle grandi imprese comuni, ben vengano. Se poi qualcuno ci ama (come a Sarajevo, il cui municipio si è acceso di tricolore), meglio. Se ci deride prima di copiarci (come la Francia), pazienza.
L’importante è non dover mai dire, parafrasando D’Azeglio, che disfatta l’Italia si fanno gli italiani. Cioè che gli italiani ci sono solo nella catastrofe.

Articolo originale qui